Ci furono simboli involontari che preannunciarono conflitti teorici tanto radicali da suscitare anatemi, con schieramenti che additarono «Un nemico dell’architettura» o la possibile «restaurazione dell’Accademia». Ci fu il tentativo di «comprendere le leggi delle tipicità delle forme urbane e della ciclicità del mondo delle città (...) città unica, cioè con la reale essenza della città, espressa sostanzialmente nella sua unità e continuità». La Storia divenne, quindi, uno strumento «operante» di indagine su un fenomeno collettivo ampio (nello spazio e nel tempo), matrice multipla di scelte condivise ed individuali che perpetuarono una specifica processualità urbana. Matrici, costanti, variabili definirono la ciclicità delle fasi evolutive, cristallizzando «aspetti costruttivi, materiali, culturali (ed individuando) peculiarità tipologiche e morfologiche dell’urbano, il cui carattere identitario non fosse più celato, ma esemplarmente espresso».
La molteplicità del singolo e l'unicità nella moltitudine alternano e sovrappongono la gestione di compresenze autonome all'interno di una pluralità di significati. Condensare l'eterogeneità impone una strategia di sintesi che utilizza l'intercambiabilità simbolica delle forme come mezzo per estendere l'ampiezza evocativa, mutazioni disposte in un insieme determinato dall'omogeneità segnica e dalla reciproca connessione cromatica.
