Ci furono simboli involontari che preannunciarono conflitti teorici tanto radicali da suscitare anatemi, con schieramenti che additarono Un nemico dell'architettura o la possibile restaurazione dell’Accademia. Ci fu il tentativo di «comprendere le leggi delle tipicità delle forme urbane e della ciclicità del mondo delle città (...) città unica, cioè con la reale essenza della città, espressa sostanzialmente nella sua unità e continuità». La storia divenne, quindi, uno strumento operante di indagine su un fenomeno collettivo ampio (nello spazio e nel tempo), matrice multipla di scelte condivise ed individuali che perpetuarono una specifica processualità urbana. Matrici, costanti, variabili definirono la ciclicità delle fasi evolutive, cristallizzando «aspetti costruttivi, materiali, culturali (ed individuando) peculiarità tipologiche e morfologiche dell'urbano, il cui carattere identitario non fosse più celato, ma esemplarmente espresso».
Lettere epigrafiche narrano di territori di confine che mutano e scompaiono, di città su crinali rievocate da horoi sormontate da vedette a guardia dell'orizzonte marino, di iscrizioni che riferiscono della «koinè» dorica e latina attraverso frammenti di unità non più ricomponibili. Gli effetti chiaroscurali evidenziano la sequenza di grafemi composti con sapienza e rigore geometrico, «aggraziate forme prime» distribuite tra spazi intermedi modulate da leggère tracce di interlinee.
