Il desiderio d'impossessarsi dello spazio sacrale proietta l'«horror vacui» verso l'«amor divinus» ricoprendo le superfici parietali con intenti d'ammonimento od esortazione, estendendo indefinitamente l'incamminarsi sulla via della salvezza. L'estensione iconografica dona solennità sacrale alle «colonne portanti della cristianità (...) in forme orientali dell'icona, con il senso dell'eternità trasmesso da una irreale fissità ed una dimensione ultraterrena». Solo la semplice gestualità ripetuta «della mano parlante» instaura un rapporto comunicativo che travalica il mutismo iconico.
Lettere epigrafiche narrano di territori di confine che mutano e scompaiono, di città su crinali rievocate da horoi sormontate da vedette a guardia dell'orizzonte marino, di iscrizioni che riferiscono della «koinè» dorica e latina attraverso frammenti di unità non più ricomponibili. Gli effetti chiaroscurali evidenziano la sequenza di grafemi composti con sapienza e rigore geometrico, «aggraziate forme prime» distribuite tra spazi intermedi modulate da leggère tracce di interlinee.
