«Avanzi, scarti e spazzatura del consumismo, abbandonati sulle bancarelle delle fiere (...) i souvenir avrebbero il compito di raccontare ciò che di meglio un luogo può offrire, ciò che vale la pena di ricordare. Ma la loro rozzezza e bruttezza contraddice la loro missione (...). L’oggetto diviene il simbolo (...) moltiplicato all’infinito, uguale a se stesso. Questi oggetti da niente hanno forse una sintassi visiva differente, ma il loro assunto finale coincide nelle geografie e nelle morfologie, dal Canada all’Italia, dalla Francia all’America, dalla plastica alla ceramica al legno».
Lettere epigrafiche narrano di territori di confine che mutano e scompaiono, di città su crinali rievocate da horoi sormontate da vedette a guardia dell'orizzonte marino, di iscrizioni che riferiscono della «koinè» dorica e latina attraverso frammenti di unità non più ricomponibili. Gli effetti chiaroscurali evidenziano la sequenza di grafemi composti con sapienza e rigore geometrico, «aggraziate forme prime» distribuite tra spazi intermedi modulate da leggère tracce di interlinee.
